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sabato 24 dicembre 2011

Parigi 1979



 


Cara Simona,
sono arrivata a Parigi da pochi giorni e ho pensato di scriverti. Non potevo più restare in Italia, perché il lavoro non mi permetteva più di sostenermi. Come procede la vita con tuo padre? Spero che di tanto in tanto tu senta la mia mancanza, anche se non ci conosciamo, anche se hai scelto di cancellarmi dalla tua memoria. Hai tutto il diritto di odiarmi, e, ti dirò, neanche mi interessa davvero. Voglio solo raccontarti di me,  e provare, per quanto possibile, a darti una spiegazione per le mie scelte. So di aver commesso molti errori, di essere venuta meno ai miei doveri di madre, ma resti una parte di me, ed è un dato di fatto a cui non puoi sfuggire. Non ci vediamo da anni, da quando quella mattina del 1969 ho lasciato te e tuo padre per inseguire la mia felicità. So che forse non me lo perdonerai mai, ma credimi, ti avrei fatto più male se fossi rimasta. Tuo padre mi ha spedito delle fotografie, ma non mi racconta molto, pensa sia meglio che io ti stia lontana. D’altronde ho scelto io di andarmene. Anch’io, come te, sono cresciuta con genitori separati. Sono figlia unica, nata da un matrimonio fallito, ma che mi ha permesso sin da piccola di fare i conti con me stessa, con i miei desideri  e le mie inadeguatezze.
Mio padre faceva l’attore. Fin da ragazzo coltivava la passione per il teatro e non ha mai provato a fare altro, se non a recitare. Per racimolare soldi aiutava suo zio nell’attività commerciale, ma, appena poteva, scappava a teatro, dove frequentava una compagnia. Inquieto e intelligente,sembrava nato per recitare e la gente lo seguiva con affetto, specie quando ha iniziato a muovere i primi passi. Conobbe mia madre, si sposarono dopo poco, ma i problemi non tardarono ad arrivare. Papà non c’era mai, viaggiava per intere settimane, e quando tornava  era sempre impegnato con le prove. Eppure, fu quel capriccio per il teatro che fece innamorare mia madre,  che lo faceva apparire ai suoi occhi diverso. Ma si sa, la gente cresce e spesso soffoca la passione, rinnegando il gioco e il divertimento. Così è successo anche ai miei genitori. A ventisei anni mia madre, già incinta, ha cacciato mio padre di casa, accusandolo di essere un perdente senza futuro. Mia madre era un’insegnante e viveva solo per la scuola. Una donna precisa, organizzata, che ha sentito il marito allontanarsi giorno dopo giorno, senza poter far nulla per evitarlo. Credo nutrisse del risentimento per mio padre, che aveva preferito recitare, anziché concentrarsi su una possibile vita da marito e da padre. Non mi è stato mai impedito di frequentarlo, anche se lui non c’era mai e passava a prendermi tra una tournèe e l’altra. Veniva spesso a Parigi, e quando ci vedevamo mi raccontava dei vicoli, dei bistrots, dei viali alberati, della Senna che scorre placida e di Montmartre che brulicava di musicisti e pittori. La sua compagnia si esibiva sempre in strada facendo pagare il biglietto solo ai più ricchi. “Recitiamo per passione” diceva.  Poi una sera è stato notato da un produttore. Quest’ultimo gli propose di lavorare con lui e lo scritturò per una serie di spettacoli. In poco tempo il pubblico francese cominciò ad apprezzarlo e a seguirlo regolarmente. Gli impegni di lavoro si facevano sempre più pressanti e così  si trasferì a Parigi, diradando sempre di più le sue rimpatriate. Io lo seguivo con attenzione, in fondo gelosa della vita che conduceva, ammaliata da tutta quell’avventura, che però aveva allontanato un padre da una figlia. Non gliene facevo una colpa, lo amavo per quello che era, e più crescevo più ritrovavo in lui un amico. Ho iniziato a recitare anch’io per gioco e, forse, per sentirmi più vicina al suo mondo. Quando ho compiuto diciotto anni mi ha proposto di partire con lui, e, nonostante lo scetticismo di mia madre, ho accettato. Ho trascorso un mese intero con mio padre, assistendo alle prove, facendogli da balia, da amica, da consigliera, ma mai da figlia. Sarà stato lui a rendermi così incostante, così libera.  Che posso farci se ho deciso di fare anch’io l’attrice? Dopo quel mese con papà ho iniziato a frequentare corsi e a studiare mimica, recitazione e storia del teatro. Ho riscosso un discreto successo. Sono entrata in contatto con i titolari dei maggiori teatri francesi e con le più famose compagnie teatrali, e così ho intrapreso una carriera più o meno stabile. Ho iniziato a viaggiare, ad esibirmi nelle più grandi città d’Europa e di ritorno a Parigi una sera ho conosciuto tuo padre in un caffè. Serviva ai tavoli ed era l’unico italiano con cui avessi avuto il piacere di chiacchierare dopo mesi. Tra di noi è nata subito una grande complicità, nonostante i miei impegni e le mie fughe quasi quotidiane. Mi voleva bene, mi incoraggiava, sperando fosse solo un capriccio, una passione destinata ad esaurirsi con la crescita. Ho compiuto trent’anni in un baleno. Mi sono sposata e ho messo al mondo una figlia, ma senza mai smettere di salire su un palcoscenico. Poi tuo padre si è stufato, ha iniziato a pretendere una moglie per lui e una madre per te: la solita storia. Non sto dando la colpa a tuo nonno per le mie assenze, ma senz’altro, la sua grande, forse unica passione, ha travolto anche me. Quando ho deciso di lasciare l’Italia ci ho pensato bene. Sapevo che la Francia mi avrebbe offerto possibilità che nel “Bel Paese” avrei soltanto sognato. E io non volevo sognare per il resto dei miei giorni. Abito da sola in un piccolo appartamento nel centro di Parigi, anche se la casa è sempre aperta ad amici e colleghi. Lavoro essenzialmente per il teatro, ma non mancano gli ingaggi per il cinema e la televisione. Dicono che sono brava e mi piace crederci. Devo a Parigi uno dei periodi più lunghi trascorsi con mio padre e una vita che non cambierei con nessuna. Ogni sera dopo le prove passeggio per le strade del quartiere latino da Saint-Germaine-des Près ai Giardini del Lussemburgo e mi perdo nei vicoli stretti, negli odori di una metropoli anticonformista ma snob allo stesso tempo. Mi piace stare qui, lavorare divertendomi, senza mai abbandonare l’entusiasmo.
Ti ho scritto per farti sapere chi è tua madre, chi è la donna che ti ha messo al mondo, e di cui forse avverti la mancanza ogni volta che ti guardi allo specchio, ti scruti e vai oltre l’immagine che si riflette sul vetro. Sappi che qui c’è sempre posto, e che se decidessi di venirmi a trovare ne sarei davvero felice. Magari quest’estate, così potrai visitare la Francia. Credimi è un paese magico. Ti abbraccio.
Tua Elena.

mercoledì 7 dicembre 2011

La stagione delle fragole



Per settimane il sole aveva battuto insistente. Poi, quella sera, tutto ad un tratto cominciò a piovere.
Le pareti della stanza di Gilda erano zeppe di fotografie: Bob Dylan, Carl Marx, Fabrizio De Andrè, Jim Hendrix, John Lennon, e Pier Paolo Pasolini. La luce blu della lampadina illuminava  i fogli sparsi sulla scrivania e ne rifletteva le ombre. Gilda si era vestita in fretta. Si muoveva disinvolta nella camera, rovistando tra cassetti e vecchie scatole, alla ricerca di gingilli e di qualche spicciolo. L’immobilità dell’aria lasciava finalmente spazio ad una leggera brezza marina, preludio di fine estate.
Per fortuna non sono ancora arrivati, pensò, mentre raggruppava il portafogli, le chiavi e il rossetto.
Il vento, di tanto in tanto, entrava a smuovere quell’aria di plastica.
Andrea le aveva dato appuntamento per le ventuno e trenta. Un messaggio laconico, senza giri di parole. Come quella volta che aveva bisogno d’aiuto per studiare e alla fine l’aveva portata in giro per la città con la vespa.
Erano già passati tre anni.
Un lampo squarciò il cielo.
Al trillo del cellulare si affrettò a scendere le scale per raggiungere Andrea e Marco, un amico comune.“Dobbiamo aspettare ancora?” le chiese Andrea, divertito. Gilda sorrise. Sapeva bene che la stava solo prendendo in giro. Andrea usciva anche con altre ragazze. “Non voglio impegnarmi” le aveva detto dopo la prima sera insieme, ma continuava a correre da lei tutte le volte che aveva un problema o solo voglia di chiacchierare. Gilda gli voleva bene. Certe volte pensava persino di esserne innamorata. Le piaceva parlare con lui, toccarlo, sentirlo suo, anche se solo per qualche ora. Moriva di gelosia quando lo vedeva in giro, però faceva finta di niente. Stringeva i denti. Sapeva che una scenata non avrebbe sortito effetti. Lui le avrebbe detto che “sì, era proprio un bastardo” e lei se ne sarebbe tornata a casa, arrabbiata, a fissare il cellulare, con la speranza di un messaggino rappacificatore. Anche Lidia le aveva raccomandato di lasciarlo perdere, perché Andrea non era altro che un ragazzino viziato, arrabbiato col mondo. E allora perché non riusciva a dirgli mai di no?
Non appena salì in macchina, Andrea le raccontò che quella mattina il direttore del supermercato dove lavorava aveva minacciato di licenziarlo “Ci teneva a farmi sapere che se non smetto di ritardare mi spedisce a casa”. “E tu smettila” suggerì ironica lei “Sei intelligente, lavori bene, cerca di non farti cacciare per così poco” aggiunse, accarezzandogli i capelli arruffati. Andrea annuì, sornione. Forse, nel frattempo, stava già pensando ad altro.
La strada era d’improvviso un percorso di liberazione. Intorno, un silenzio insolito per essere estate. Marco aveva acceso una sigaretta, e con la mano fuori dal finestrino, lasciava dissolvere il fumo. La radio suonava Losing my religion dei Rem, la stessa canzone che avevano ascoltato qualche sera prima. Lui aveva litigato con la madre. Gli aveva fatto notare che uscendo tutte le sere, arrivare in ritardo a lavoro era il minimo immaginabile. Lui l’aveva pregata di non immischiarsi, di farsi da parte. Così era scoppiata la lite.
Andrea era figlio unico. Il padre viveva da anni in Norvegia dove si era creato una nuova famiglia. La moglie aveva sempre sospettato che le lunghe permanenze del marito nel nord Europa nascondessero altro che impegni di lavoro, ma non aveva mai domandato nulla.
Il ragazzo afferrò le chiavi dell’auto e corse dall’amica “Scendi. È urgente” le aveva detto a telefono. Stringeva i pugni sulle ginocchia esili, teneva la testa bassa, lasciava montare la rabbia, trattenendo improvvisi singulti. Gilda lo guardava. Non sembrava nemmeno lui. Gli accarezzò i capelli, felice di poterlo toccare, rubarlo alle braccia di chissà chi almeno per una sera. Gli prese la mano, aggrappandosi a quei pensieri elettrici, esagerati per una lavata di testa, esagerati per star lì, a parlarne, illuminati solo dalla luna. “Come fai a starmi dietro?” chiese lui, rompendo il silenzio. Gli occhi neri, liquidi, dentro quelli di lei. Sei bello, pensò,
 ma non glielo disse.
La voce di Michael Stipe riempiva i vuoti tra i tre, che non avevano voglia di parlare o, magari, non avevano nulla da dirsi. La macchina, sparata a novanta chilometri orari, pareva procedere da sola, trascinandosi dietro un po’ di rabbia e d’apatia. Arrivarono ad un vicolo cieco, in fondo al quale s’intravedeva un grosso cancello verde. Dietro, una villetta di due piani, con davanti un lungo cortile, costeggiato da un muretto. Andrea parcheggiò l’auto poco prima dell’entrata. Gilda si guardava intorno per capire dove era finita, ma invano. In quel posto non c’era mai stata. Marco scese per primo dalla macchina e puntò dritto al portellone del cofano. Prese uno zaino e lo richiuse. “Si può sapere dove siamo?” chiese Gilda. Andrea e Marco camminavano avanti, senza esitare. Poi Andrea tornò indietro. “Spaventiamo un po’ il mio direttore. Tu dovresti fare la guardia al cancello e segnalare, con la luce di questa torcia, se arriva qualcuno. Questo è il piano”.
Marco scavalcò il muretto, con lo zaino sulle spalle, Andrea lo seguì. Gilda aggrottò la fronte, incerta di aver capito quello che il ragazzo le aveva appena detto. “Voi siete pazzi” fece.  Marco fissò Andrea, come a pregarlo di liquidare la faccenda. Gilda li stava ostacolando. Andrea, valicato il muretto, si avvicinò al cancello. Gilda lo fissava, implorandolo con gli occhi. Sospesi in quell’attimo, erano ancora liberi di tornarsene a casa. “È una sciocchezza, Andrea”. Lui le voltò le spalle. I due ragazzi si avviarono alla veranda, tra il giardino e gli interni. Marco appoggiò lo zaino per terra e ne estrasse due spranghe. Forzarono la tapparella e ruppero il vetro. In una delle stanze, al piano di sopra, dormiva il padrone di casa, che si svegliò di soprassalto per il fracasso. I ladri, pensò, e senza esitare si infilò le pantofole e la vestaglia.
Giù, stavano mettendo tutto a soqquadro: poltrone divelte, cuscini squarciati. “Oh Andrea, andiamo via, andiamo via”, urlò Marco che aveva intravisto l’ombra di una torcia sulle scale”. Si precipitarono fuori. Correvano, in un attimo furono già oltre il muretto.
Gilda era ancora là, appoggiata al cancello, a fissare il vuoto. “Corri, Gilda, corri” le urlarono. Ma non si mosse. Neanche li vedeva più gli amici. Devo smetterla di ficcarmi nei guai per star dietro a quell’idiota, pensò incamminandosi. Non fece neanche in tempo a completare il pensiero, che avvertì un dolore acuto al braccio. “Bastardi, la prossima volta vi ammazzo” urlò il padrone di casa dal terrazzo con in mano una pistola fumante. La manica della camicia di Gilda divenne rossa in un attimo. Raccolse le energie residue per telefonare ad Andrea “Mi hanno sparato”, sibilò, e svenne come in preda ad un sonno improvviso.










                               

giovedì 10 novembre 2011

Scale mobili


La giornata non può cominciare senza il caffè. Per me e Giulia la colazione è un rito, e, come tale, merita di essere celebrata con cappuccino macchiato al cacao e cornetti al burro fumanti. Giulia è la mia migliore  amica, ci siamo trasferite a Milano da Brindisi.«Giu’sono stufa della monotonia di questa città» le ho detto un anno fa, mentre immaginavamo il nostro avvenire dopo la laurea. Io ho studiato Lettere, Giulia Architettura. Ai tempi dell’università il futuro ci appariva come un’enorme pagina bianca. I primi colloqui, i primi “le faremo sapere” e le delusioni per una società che  accoglie a braccia aperte solo i raccomandati. Così ho iniziato a guardarmi intorno. Una notte che non riuscivo a dormire, ho deciso di tagliare i ponti e di andare incontro al mio domani. La mattina seguente ho chiamato Giulia, e le ho proposto di trasferirci a Milano,  di sperimentare la vita in una grande città. Giulia ha accettato senza battere ciglio, confessandomi che da tempo stava pensando di intraprendere la professione di architetto a Milano, se non altro per le opportunità che il cambio di città le avrebbe offerto.
E così eccoci qua, come Thelma e Louise, a dividerci l’affitto, il tetto, il caffè, ma mai il cornetto.
«Buongiorno Giu’io vado di corsa, il caffè è pronto, e il latte è da scaldare». Giulia annuisce. La mattina è inavvicinabile. Lei lavora presso uno studio privato e la mattina ha orari migliori di me, che lavoro in una biblioteca universitaria. Intanto devo correre a prendere la metro, altrimenti rischio di far tardi sul serio. Milano mi piace. Mi piace la mattina presto quando si anima a singhiozzi, quando dai bar si diffonde nell’aria il profumo del cappuccino e dei cornetti appena sfornati, e le edicole espongono i giornali con i titoloni del giorno. Mi sento come al centro del mondo, di una roulette russa impazzita. Corro, non faccio altro che correre, e devo dire che mi piace. Salgo di corsa le scale della biblioteca. Una lunga giornata di lavoro mi attende.
-Eccola, la pugliese! Buongiorno Livia.
-Buongiorno Mario. Ho un sonno terribile, speriamo che oggi non ci sia troppo da fare.
Mario è il mio collega, milanese d’origine. È un ragazzo molto simpatico ed è piacevole lavorare con lui. Tra non molto inizieranno ad arrivare professori, ricercatori e studenti in cerca di libri e riviste specializzate, e già so che non avremo pace. Poi ci sono le catalogazioni da fare, e le richieste di nuovi libri da spedire alle case editrici.  Le ore passano veloci. Il contatto con gli studenti rende il lavoro piacevole. In fondo questo impiego mi piace, anche se la mattina non posso mai dormire.
………………..
Non è vero che mi sono scocciato di cercare un lavoro, e che proprio non lo trovo. Che crede mia madre che sono felice di vivere ancora sotto il suo stesso tetto e di sperare che lei e mio padre escano per starmene un po’da solo o invitare a casa la mia ragazza? E comunque non è esatto che non ho un lavoro. Lavoro part time in un’impresa commerciale e gestisco il pacchetto clienti.  Mi pagano a provvigioni, con un fisso che farebbe sorridere le mosche. Una presa in giro, ma non ne posso più di attendere la proposta del secolo. Nel bar, intorno a me, c’è un grande via vai di persone.
Napoli alle 13.00 si trasforma in un porto di mare. A cavallo tra la mattinata  e il pomeriggio, chi lavora cerca di mangiare un boccone, e chi non lavora, ci beve su, o fuma una sigaretta. In questi giorni la città offre la sua immagine peggiore, ed ho il presentimento che è quella che passerà alla storia. Munnezza ovunque, e faccio pure un lavoro che non mi piace. Mi sento proprio sfigato, ma non lo ammetterei mai. Quelli che frequentavo da piccolo sono diventati parte integrante del sistema criminale del rione dove abito. Solo chi è stato trascinato via dai genitori in un’altra città si è salvato. Gli amici che ho conosciuto all’università li ho persi tutti di vista. Buoni quelli, comunque… giocavano a fare i ribelli alternativi con un bel gruzzoletto in tasca e un master post laurea alla Bocconi, gentilmente finanziato da mamma e papà. Preferisco stare da solo con i miei casini, che con certi pagliacci. Se mi trasferissi sarebbe tutto più facile, ma non voglio. Sono nato e cresciuto in questa città. Napoli è la mia ragazza, e mi mancherebbe se la lasciassi.
Il barista mi fa segno come a dire “Oh scetat uagliò” e gli sorrido. «Scemo sto scetat» gli vorrei rispondere, ma non è il caso. Ci perderemmo in una quisquilia senza fine su chi e perché è lo scemo di turno.  Nel bar entra una ragazza. Una di quelle che profuma di mela. Semplice e molto carina. Ma cosa ci farà mai una come lei in un bar della periferia di Napoli? Ordina un cappuccino e una brioche. «Cappuccino e brioche? Uagliuncè, ma che è, non hai fatto colazione?» le fa il solito barista. Lei sorride e col capo gli fa segno di no. Non aggiunge altro, ringrazia e si tuffa nella brioche a crema amarena. Mi nota, mi guarda, distoglie di nuovo lo sguardo.  Che mi trovi carino?
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Finalmente è finita anche questa giornata. Giulia rientrerà non prima  delle venti e perciò mi tocca cucinare. Potrei preparare una polenta, con contorno di funghi e delle bruschette, il tutto accompagnato da una bottiglia di vino frizzante. Si, mi sembra proprio una buona idea, ma prima voglio lavare via questa giornata e rilassarmi un po’con una doccia calda. Questo è il momento della giornata che preferisco: ci sono solo io, i miei pensieri e la bellezza delle piccole cose. Scivolo sotto la doccia sicura di aver dato il meglio di me anche oggi, e che quello che verrà sarà solo relax e serenità. La mia casetta, la cena e due chiacchiere con la mia miglior amica. Poi le nostre vicine ci inviteranno, come sempre,  a guardare un film, o semplicemente a farci compagnia. Le ragazze che abitano di fronte sono napoletane, e come noi, sono salite a Milano per trovare lavoro. Sono simpatiche, e il sabato usciamo tutte con degli amici comuni per andare in qualche locale. Insomma ce la caviamo, qui nella big city.
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Tra non molto mi tocca andare a lavoro, e l’idea mi annoia un bel po’. Paranoia totale. «Pronto signora, chiamo dalla Endimac. Lo sa che siamo dei gran rompipalle, nonché dei conclamati imbroglioni?» ecco quello che mi piacerebbe dire alla gente oggi, ma mi sa che mi licenzierebbero su due piedi. Eh si, credo proprio che mi caccerebbero a calci nel sedere. Intanto la ragazza carina si è seduta ad un tavolo e legge il giornale. Fatto anomalo. Voglio dire, mica siamo in un caffè letterario, dove una ragazza si siede sola soletta e legge? Quasi quasi mi siedo al suo tavolo.
“Don, don, don”, cavolo l’orologio segna le 14.00, devo scappare al lavoro. Ciao, ragazza sola soletta, spero di incontrarti ancora.